si è fatto tardi molto presto

Caro Matteo;

Adesso che un auto blu dai vetri oscurati mi riporta a casa, inizio a smettere di piangere e riavvolgo questi mille giorni.
Mille giorni incredibili, unici, frenetici, irripetibili. Davvero.
Mille giorni di te e di me, come cantava Baglioni.
Sì, lo so. Me ne rendo conto solamente ora.
Abbiamo perso il senso dello Stato, abbiamo perso il senso della famiglia, ma credo di non aver perso il senso dell’amore. Almeno io.
Questa nostra storia non s’ha da fare.
Non s’ha da fare più.
Ho appena aperto la bottiglia di champagne dal cesto natalizio della Monte dei Paschi. Forse l’ultimo.
“La berremo insieme!” mi avevi detto. Palle. Purtroppo non sarà così. E io, stupida che sono, ti ho creduto pure questa volta. L’ennesima.
Lo sai quello che mi ha fatto più male? Lo vuoi sapere, eh? Te lo dico! Non hai detto una sola parola su di me nel tuo discorso finale. Forse i tuoi amichetti ghost writer di Mondadori si sono dimenticati del mio nome?
So essere acida, lo sai.
Non una parola su di me. Vergognati!
“Ringrazio Agnese e blablabla”… Stronzo di un verme!
Ma come fai? Ma come diavolo fai?
Ti ci vedo a piangere sopra a quel suo cazzo di maglione bianco, a collo alto, mentre lei ti accarezza i capelli.
Hai la faccia come il culo.
Sei uguale a tutti gli altri.
È soprattutto merito mio, lo sai, se sei arrivato al 40%. Mi sono fatta un culo, che forse, neanche immagini. Nessuno degli altri della squadra, come me. Nessuno.
Ma alla tua “twittarola di ovvietà”, alla tua “Leoparda della Leopolda”, non hai dedicato una minima parola. Nemmeno una. Questo è troppo. È un silenzio che fa rumore e non posso accettarlo.
Povera illusa che sono. Tu preferisci le carezze di un’altra, di lei, e preferisci pure passare da povero sconfitto sapendo che sarà più facile arrivare alle elezioni senza il peso addosso della parola Premier.
Ti dico Addio. Basta.
Addio alle playlist di Vittorio Zucconi dove confondevo i Queen con i Doors, addio alle registrazioni vocali dove Accorsi, Pif e Fabio Volo prendevano in giro i grillini. Addio a Jovanotti nello stereo.
La musica è finita.
Almeno tra di noi.

Ti ricordi quando m’invitavi in quella casa in via degli Alfani 8, a Firenze?
Dicevi che dovevamo parlare di politica, ma si finiva sempre a letto.
Ti parlavo di Banca Etruria ma tu non mi ascoltavi. Rilanciavi dicendomi di stare tranquilla. Mi raccontavi di tutto quel denaro che stavi raccogliendo attraverso le cene organizzate da Algebris, fondazione Metropolis, ma io non capivo. Mi dicevi che i gotha dell’industria e della finanza sarebbero stati dalla nostra parte e continuavo a non capire.
Poi, quella sera a cena con Sorrentino e i Benigni, ho capito tutto. Nicoletta e Roberto andarono via presto. Mi fecero tristezza, poverini. Volevo parlartene ma tu eri tutto impegnato a parlare di calcio con il grande regista.
Tu domandasti a lui se avesse una formazione del cuore.
Lui rispose: “Garella; Bruscolotti, Ferrara, Bagni…”.
Quando terminò, fece a te la solita domanda.
Tu ti alzasti in piedi e cominciasti: “Confalonieri; De Benedetti, Della Valle, Marchionne, Tronchetti Provera; Farinetti, Caltagirone, Romiti, Costamagna; Gori, Gelli. Allenatore: Michael Ledeen” e poi incominciasti a ridere. A ridere forte. A ridere a crepapelle, fino quasi a strozzarti.

Adesso non ti cercherò più.
Tu non cercarmi.
Forse tornerò a piangere per te, per noi, verso Febbraio, quando in televisione noterò il consueto carro che il Carnevale di Viareggio ci dedica. Almeno lì, anche se fatti di cartone e colorati con la pittura, possiamo uscire allo scoperto.
Già, i carri…
Sicuramente a Viareggio mancherà quello di chi ci ha sconfitti a questo referendum.
Quello di chi difende la Costituzione ma non l’ha mai applicata. Quelli che tra poco si sbraneranno per le nostre poltrone.

Si è fatto tardi molto presto.
Ciao.

Tua, Maria Elena.

 

a.bonomi

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